Trieste, alla Settimana sociale dei cattolici cresce l’attesa per le parole del Papa

La 50ma Settimana sociale dei cattolici in Italia che quest’anno ha per titolo “Al cuore della democrazia. Partecipare tra Storia e Futuro” sta vivendo la sua quarta giornata. Dopo la celebrazione eucaristica e una riflessione spirituale, i lavori impegneranno per tutta la mattinata i circa 900 delegati attraverso i Laboratori della Partecipazione seguiti da un momento assembleare. Nel pomeriggio, 6 incontri contemporanei, in altrettanti luoghi della città, definiti “Dialoghi delle Buone Pratiche” sui temi dell’economia civile, dello sviluppo sostenibile, sul valore di una Intelligenza “Artigiana”, sul protagonismo giovanile. Il programma proseguirà con le Piazze della Democrazia, luoghi di dibattito aperti al pubblico su pace, disarmo, politica, istituzioni e democrazia, Europa, uguaglianza e nuove generazioni. A chiusura della giornata, due eventi serali distinti in contemporanea per i delegati presenti alla Settimana sociale, la cittadinanza e gli ospiti della Caritas di Trieste: il concerto dell’ensemble “I solisti di ESYO”, diretto da Igor Coretti Kuret, e la pièce di Giovanni Scifoni dedica a san Francesco con il titolo “Frà, la superstar del Medioevo”.

La democrazia è un cantiere aperto
Domani, domenica, la giornata conclusiva con l’intervento alle 8.30 di Papa Francesco che dopo il discorso ai Congressisti si trasferirà a Piazza Unità d’Italia per presiedere, alle 10.30, la celebrazione eucaristica e recitare l’Angelus. Ai media vaticani, Sebastiano Nerozzi, ordinario di Storia del Pensiero Economico all’Università Cattolica del Sacro Cuore, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, traccia un primo parziale bilancio dei lavori:

Professor Nerozzi, il presidente della Repubblica Mattarella ha aperto i lavori di questa Settimana sociale con un discorso molto denso, appassionato a difesa della democrazia. Il mondo politico ne ha dato varie letture. C’è stata anche qualche polemica, voi come l’avete accolto?

Noi abbiamo accolto le parole del presidente Mattarella anzitutto come una grande lezione su quelle che sono le radici della nostra democrazia, che affonda almeno in parte in una delle culture fondamentali della storia di questo Paese che è appunto quella cattolica. E ci ha ricordato in tanti modi, sia nel pensiero cattolico che in quello laico, quali sono i capisaldi della riflessione costituzionale in ambito cattolico, citando tanti padri costituenti, teologi, oltre naturalmente a maestri del pensiero laico come Norberto Bobbio, Karl Popper ed altri. Allora credo che in questo panorama che il presidente ha tracciato ci sia una visione assolutamente aperta a tutti e che quelli che hanno voluto leggerne in qualche modo una restrizione o comunque degli indirizzi precisi, sicuramente non hanno inteso bene il suo approccio . Quello che noi abbiamo invece colto in modo molto chiaro è un invito a rivitalizzare la democrazia a partire dalla partecipazione, un invito a rileggere la Costituzione nella sua contemporaneità, a ricercare modi sempre nuovi, ma sempre aderenti ai fondamenti, per viverla appieno e portarla a tutti i cittadini.

Mattarella ci ha detto che la Costituzione è ancora un cantiere aperto, la democrazia è un cantiere aperto che è ancorato alla Costituzione ma che va portata a tutti i cittadini, perché non tutti i cittadini hanno uguale accesso all’esercizio dei diritti a causa delle diseguaglianze che vediamo nella vita di tutti i giorni. Quindi questo lavoro anche educativo richiamato sia dal presidente Mattarella sia dal presidente della Conferenza episcopale Italiana, il cardinale Zuppi, ci invita ad un lavoro anzitutto educativo e di costruzione della democrazia dal basso, a partire dai processi partecipativi.

Lei ha scritto che “la cura della democrazia è una grande urgenza del nostro tempo”. Infatti è sotto gli occhi di tutti che oggi viviamo in un’epoca di arretramento della democrazia. Ma come curare la democrazia? Che cosa è emerso dai lavori?

Quello che è emerso dai lavori è l’importanza dell’ascolto, anzitutto. Una democrazia capace di ascoltare, di mettere in collegamento le istituzioni, la classe politica con i bisogni dei cittadini. E questo non può essere soltanto il reiterarsi di sondaggi o di scadenze elettorali che vanno a testare – per come viene a volte presentato – il ventre del Paese, gli umori del Paese. Ma deve essere un esercizio che passa anche attraverso le formazioni sociali che la nostra Costituzione riconosce e tutela e che deve passare anche attraverso una democratizzazione dei partiti. Allora su questo stiamo riflettendo cercando di trovare forme e eventualmente anche proposte che possano avvicinare i cittadini in questa stagione alle istituzioni e aiutare anche le istituzioni a funzionare meglio.

In occasione della 50ma edizione delle Settimane Sociali si è deciso di cambiare il titolo: non più dei cattolici italiani ma dei cattolici in Italia. E la settimana voleva avere, cito sempre le sue parole, “il gusto e gli ingredienti di un’esperienza di popolo aperta a tutti”. Secondo lei ce la sta facendo ad essere così? Ce l’ha fatta?

A giudicare da quello che vediamo nelle vie e nelle piazze di Trieste, direi assolutamente di sì. E non soltanto grazie all’organizzazione e all’accoglienza che l’amministrazione comunale, la Regione Friuli-Venezia Giulia hanno dato a tutti i delegati, ma soprattutto a tanti cittadini e cittadine che hanno colto l’invito e l’occasione per vivere questa esperienza di partecipazione. Si sono riversati in tantissimi a visitare i Villaggi delle buone pratiche, gli stand degli espositori, oltre 110 stand in tutta la città. Una festa di colori e di luci che poi ha avuto anche un bellissimo apice proprio nel concerto di musica e parole che abbiamo vissuto in Piazza dell’Unità.

La sessione conclusiva con Papa Francesco
Direttore Generale di Federcasse (Federazione Italiana Banche di Credito Cooperativo), è tra i fondatori della Scuola dell’Economia Civile ed è docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, Sergio Gatti fa parte del Comitato scietifico delle Settimane sociali. Ai microfoni di Radio Vaticana/VaticanNews parla della complessità del tema centrale dei lavori, la democrazia, e della partecipazione del Papa:

Professor Gatti, gli aspetti trattati in questa Settimana sono stati tanti perché la democrazia investe tutta la vita di una società e delle singole persone, non è solo andare a votare. Una parola su questo…

Sì, la democrazia è un esercizio feriale cioè quotidiano che comincia dal lavoro, non a caso la nostra Repubblica, che è una democrazia, è fondata come dice la nostra Costituzione sul lavoro, quindi quella è la prima forma di partecipazione alla costruzione della convivenza civile quindi anche della ricchezza, del benessere e anche dei servizi, pensiamo a tutto ciò che è scuola, sanità, trasporti e tantissime altre cose. Poi abbiamo tutte le forme di partecipazione nel mondo dell’associazionismo, del terzo settore, ma non dimenticherei il servizio in politica, soprattutto per gli amministratori, i consiglieri degli enti locali dove c’è una fortissima presenza di cattolici che spesso hanno frequentato o sono cresciuti nelle associazioni di origine e carattere cristiano, quindi c’è una straordinaria varietà come diceva lei. Il voto ovviamente è una, ma non è certo l’unica forma di partecipazione.

Attraverso le tante tavole rotonde organizzate in questi giorni vi siete confrontati su tutte queste tematiche. Ma oltre alle parole dette e ascoltate, sono state presentate anche delle buone pratiche. Ce ne descrive una?

Mi viene in mente la pratica che veramente ha avuto un straordinario momento di crescita, di mobilitazione, che è quella della costruzione di comunità energetiche. Proprio nella 49ma delle Settimane sociali che tenemmo a Taranto nell’ottobre 2021, ponemmo quattro obiettivi concreti da raggiungere dal giorno dopo e, al primo posto, c’era quella di poter costituire una comunità energetica per ogni diocesi. Ebbene, sono decine e decine le diocesi che, a volte coinvolgendo le parrocchie, altre volte i Comuni, quindi i sindaci, ma soprattutto i cittadini, spesso anche le imprese, sono andate dal notaio e hanno cominciato a costituire comunità energetiche in forma di fondazioni o in forma di associazione, oppure di cooperativa. Ecco, questa è una buona pratica che è stata oggetto di discussione molto concreta e che vede al centro il protagonismo delle comunità per risolvere un problema comune che è quello dell’approvvigionamento di energia per famiglie, imprese, parrocchie, enti religiosi o associazioni, ma soltanto di origine rinnovabile, cioè da fonti rinnovabili.

Si è detto che la democrazia è in crisi e lo si vede, ma i laici cattolici in Italia che stagione vivono? A che livello è la loro sensibilità e la loro partecipazione alla cosa pubblica?

Ci sono due livelli secondo me: uno sfugge alle analisi, alle statistiche, ed è lo straordinario impegno nel quotidiano ed è quello che è meno raccontato dai mezzi di comunicazione, cioè quello dell’impegno nella propria professione, nel proprio ambito, nel cercare di essere coerenti con lo spirito e con il messaggio evangelico. È ovviamente un lavoro difficile da intercettare, ma è molto diffuso e lo abbiamo anche costatato con questa rassegna di buone pratiche. Poi c’è il livello del riconoscimento nelle forze politiche, cioè nei partiti. Ecco, qui è un po’ più difficile. I cattolici votano e i cattolici eleggono anche cattolici, ma che si candidano in diverse forze politiche e a volte anche piuttosto lontane su alcuni temi. Probabilmente lì c’è un lavoro di raccordo, c’è un lavoro di costruzione di reti che probabilmente gli stessi potranno eventualmente rafforzare o addirittura avviare perché ci sono dei grandi temi su cui connettere un’elaborazione culturale e poi politica e normativa e quindi amministrativa che potrebbe conoscere un passo avanti. Però sarei ottimista perché non possiamo soltanto fermarci ai lati molto negativi della partecipazione al voto, soprattutto per quanto riguarda una parte dei nostri giovani – mi riferisco in particolare alle elezioni europee -, ma ci sono dei fermenti che noi abbiamo visto da questo spaccato che va dall’Alto Adige fino alla Sicilia. Veramente tante testimonianze, tante buone pratiche che probabilmente sono più diffuse di quanto riusciamo a registrare.

A chiudere la Settimana sociale di Trieste domenica sarà Papa Francesco. Sarà il momento conclusivo, ma sicuramente anche un nuovo impulso per proseguire il cammino intrapreso dai cattolici in Italia. Come si vive tra i delegati l’attesa delle sue parole?

C’è moltissima attesa, come lei può immaginare. È la prima volta nella storia delle Settimane sociali che hanno quasi 120 anni. Questa è la 50ma edizione e abbiamo avuto lo straordinario magistero presidenziale del presidente Mattarella in apertura e avremo la conferma dello straordinario magistero dell’insegnamento sociale da parte del Papa. Io ricordo soltanto ciò che disse dieci anni fa Papa Francesco a Strasburgo incontrando gli europarlamentari, in cui diede una scossa. Disse, più o meno, che c’era un’impressione generale di stanchezza, di invecchiamento. Fece riferimento a un’Europa non più fertile e vivace. Usò quindi anche parole piuttosto forti, ma poi richiamò ai grandi ideali che hanno ispirato l’Europa.
E noi possiamo dire oggi, a dieci anni di distanza da quelle parole che hanno anche accompagnato, quasi senza che ce ne accorgessimo, una lunghissima stagione di pace, che quel quell’impulso, quell’energia ha bisogno di essere ripresa. Ora siamo proprio nelle fasi cruciali in cui l’Europa sta scegliendo le proprie responsabilità, i nuovi assetti per i prossimi cinque anni e sono sicuro che l’impulso di Papa Francesco allargherà gli orizzonti. Immagino tre elementi: il primo è quello che non possiamo distrarci noi che abbiamo la fortuna di essere in democrazia, anche se imperfetta per tanti aspetti, ma è comunque una democrazia. Il secondo è che un tarlo delle democrazie è la crescita delle disuguaglianze e questo non può tollerarlo la democrazia perché altrimenti si affievolisce la sua credibilità. Il terzo elemento è quello di avere orizzonti ampli, orizzonti di collaborazione, come ha detto anche il presidente Mattarella: la sovranità europea, il sentire l’Europa una patria è in qualche modo un potenziamento delle patrie nazionali. Io penso che questo sguardo globale da parte di Papa Francesco ci sarà in una logica sia della Laudato sì, sia anche della Fratelli tutti, quindi nell’ottica di un’amicizia sociale concreta, quotidiana, di speranza operosa.

di Adriana Masotti – Fonte: Vatican News

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