Arena di Verona, Francesco: la leadership è collaborativa, altrimenti è autoritarismo

La musica che risuona dall’Arena di Verona, con 12.500 persone, oggi è intonata all’anelito di pace per un mondo senza pace. Una pace che va promossa, preparata, curata, sperimentata e organizzata. Di questo è convinta la rete di persone, associazioni e movimenti riunite questa mattina nel luogo simbolo della città che accoglie il Papa. Il terzo incontro di un programma di visita pastorale densissimo è un dialogo tra il Pontefice e il popolo, nello stile che piace a Francesco. È un dialogo che arriva dopo un percorso, aperto a tutti, realizzato per la costruzione della pace, della giustizia e della cura della casa comune, beni universali che vanno custoditi a livello personale, comunitario e istituzionale. Un percorso che vuole considerare l’appuntamento di oggi come punto di approdo ma soprattutto di ripartenza per un cammino generativo e permanente, perché – come ribadiscono i rappresentanti di questa coralità che si ritrova di fronte a Francesco – la pace o è di tutti o non è di nessuno.

L’incontro “Arena di pace. Giustizia e pace si baceranno”, che cita il salmo 85, è guidato dal noto conduttore televisivo Amadeus. Il saluto e l’abbraccio privilegiati, prima di salire sul palco dove campeggia la scenografia preparata dai detenuti del carcere di Verona, è come sempre ai malati e ai più giovani. Già negli anni Ottanta e Novanta l’arena è diventata luogo per gridare la speranza di pace, oggi la circostanza si ripete con ancora più incisività. Interviene don Luigi Ciotti, con il suo consueto tono deciso e caldo: invita a non dimenticare le parole di Turoldo e dice che dobbiamo uscire dalla “sonnolenza spirituale che contraddistingue questo nostro tempo”. Forse lo Spirito si servirà proprio di noi, invisibili grani di polvere per “bloccare la macchina infernale e costruire giustizia e pace”, aggiunge il fondatore di Libera. Ed esprime l’auspicio, con le parole di Tonino Bello, a “essere malati di pace. Questa è una patologia da cui nessuno deve guarire”.

Accanto al Papa c’è il comboniano padre Alex Zanotelli. Edgar Morin, filosofo e sociologo francese, doveva essere qui ma la salute, dice Amadeus, glielo ha impedito, ha 103 anni. Dall’ospedale dove è ricoverato, ha fatto giungere un video in cui afferma che si tratta di una riunione “tanto necessaria”. C’è tanta difficoltà al momento presente. “Abbiamo bisogno di una coscienza fortissima, di lavorare insieme, per creare un movimento ardente e forte per la pace. Amici, sono con voi, voglio salutare Papa Francesco, unica coscienza fondamentale dell’umanità oggi”, ha aggiunto.

L’individualismo è la radice delle dittature
Al Mahbouba Seraj, donna afghana, da Kabul. La accompagna Giulia Venia del gruppo di lavoro sulla democrazia. Accenna al fallimento, nel suo Paese, dell’illusione di una “democrazia costruita a tavolino”. Da 44 anni è in guerra l’Afghanistan, “che si può fare?”, chiede. Cita alcuni versi: “La moschea, La Mecca, il Tempio, sono tutte scuse. La vita di Dio è nella tua casa”.

Il Pontefice non trascura di ricordare il vero senso dell’autorità, come interpretarla nell’ambito delle istituzioni. Arriva a citare un detto bantu: ‘Io sono perché siamo’. Questa dimensione di comunità deve essere sempre tenuta a mente da chi riveste un ruolo politico, imprenditoriale o di impegno sociale. Il Papa sottolinea i rischi di un agire solitario: impoverire le energie dello stesso capo e rendere sterile la società. L’individualismo avvelena l’autorità che “è essenzialmente collaborativa; l’altro sarà l’autoritarismo e le tante malattie che da qui nascono”. L’impegno del singolo, rimarca ancora il Papa, “passa attraverso l’azione di un popolo”. Da qui l’esortazione: “Una grande sfida oggi è risvegliare nei giovani la passione per la partecipazione”. Il popolo deve rimanere protagonista, sottolinea a braccio il Papa che aggiunge: “in un popolo, la somma, il lavoro dell’insieme, è la somma del lavoro di ognuno, soltanto quello? No: è di più. È di più. Uno più uno [fa] tre: questo è il miracolo di lavorare insieme”.

Nessuno esiste senza gli altri, nessuno può fare tutto da solo. Allora l’autorità di cui abbiamo bisogno è quella che innanzi tutto è in grado di riconoscere i propri punti di forza e i propri limiti, e quindi di capire a chi rivolgersi per avere aiuto e collaborazione. L’autorità è essenzialmente collaborativa; l’altro sarà l’autoritarismo e le tante malattie che da qui nascono. L’autorità per costruire processi solidi di pace sa infatti valorizzare quanto c’è di buono in ognuno, sa fidarsi, e così permette alle persone di sentirsi a loro volta capaci di dare un contributo significativo.

Maestri nel ‘lavarci le mani’, le istituzioni si convertano
A prendere la parola è poi Elda Baggio di Medici senza frontiere che è a Verona con João Pedro Stédile, arrivato dal Brasile, portavoce dell’esperienza del Movimento dei senza terra, che condivide un messaggio del vescovo Pedro Casaldáliga Plá: ‘Maledette siano tutte le recinzioni, maledette siano tutte le proprietà private che ci impediscono di vivere e di amare’. Il quesito, che è la sintesi del Tavolo migrazioni, è come vivere la “conversione di prospettiva” di mettersi dalla parte delle vittime.

Francesco rimanda al Vangelo dove si vede Gesù che sta in mezzo ai piccoli, ai deboli, ai dimenticati presentandoli come “testimoni di un cambiamento necessario e possibile”. L’esempio di Gesù è come se sparigliasse le carte: “Con le sue azioni Gesù rompe convenzioni e pregiudizi – scandisce il Papa – rende visibili le persone che la società del suo tempo nascondeva o disprezzava, e lo fa senza volersi sostituire a loro, senza strumentalizzarle, senza privarle della loro voce, della loro storia, dei loro vissuti”. Francesco insiste su questo punto, che cioè Gesù non nascondeva le limitazioni delle persone. Aggiunge a braccio: “A me piace quando vedo persone con limitazioni fisiche che partecipano a degli incontri, come in questo caso, perché Gesù non le nascondeva: questa è la verità. Ognuno ha la propria voce, sia che parli con la lingua sia che parli con la propria esistenza. Ognuno di noi ha la propria voce. E tante volte noi non sappiamo ascoltarla perché pensiamo alle proprie cose o, peggio ancora, andiamo tutto il giorno con il telefonino e questo ci impedisce di vedere la realtà: tante volte, no?”. Il pensiero poi va a tanti bambini che soffrono nel mondo, costretti nelle discariche a cercare di vendere qualcosa, che non possono giocare… “I piccoli ci scomodano perché toccano il cuore”. Sulla necessità di un cristianesimo non tiepido, Francesco esorta a “prendere posizione al fianco delle vittime di violenza, condividendo il dolore, facendosi portavoce di chi voce non ha nel rispetto della dignità dei più vulnerabili. L’invito che ribadisce è ancora una volta a uscire dall’indifferenza.

E riguarda anche le istituzioni, che non sono esterne o estranee a questo processo di conversione. Il primo passo è riconoscere che non siamo noi al centro, né le nostre idee e visioni. E poi accettare che il nostro stile di vita inevitabilmente ne sarà toccato e modificato. Quando stiamo a fianco dei piccoli siamo “scomodati”. Camminare con loro ci costringe a cambiare passo. […] Oggi credo che il Premio Nobel che possiamo dare a tanti, a tanti di noi sia il Premio Nobel di Ponzio Pilato, perché siamo maestri nel lavarcene le mani …

Fare la pace richiede pazienza
Annamaria Panarotto fa parte delle mamme No-Pfas di Vicenza, un gruppo di genitori che si batte contro l’inquinamento dell’acqua. Accompagna Vanessa Nakate, giovane e coraggiosa custode della casa comune venuta dall’Uganda. È un’attivista per il clima e la prima volta che ha visto il Papa è stata nel viaggio apostolico che lui ha compiuto nel suo Paese. Lei dice che dobbiamo vincere insieme come umanità, come collettività. Un pianeta vivibile è una soluzione ottimale per tutti, non solo per alcuni. “Costruire relazioni di giustizia fra tutti i viventi richiede tempo”, ripete Panarotto e quindi chiede al Papa come ritrovarlo questo tempo in un’epoca segnata da velocità e immediatezza.

La parola centrale qui consegnata dal Papa è “rallentare”. Di fronte alla consapevolezza di una stanchezza sempre più diffusa tra le persone, in affanno costante per ritmi che si riconosce essere innaturali e, che tuttavia non si ha la forza e il coraggio di disinnescare, Francesco invita a liberare tempo e spazio per l’azione di Dio. Anche le guerre, afferma Francesco, tante volte derivano da questa impazienza di fare presto le cose. Ci vuole pazienza per fare la pace. Dobbiamo fermare la moltiplicazione delle reazioni aggressive, anche nel nostro vivere quotidiano, afferma ancora il Papa, spegnere sul nascere questo meccanismo perverso. Sono aspetti che approfondisce parlando a braccio, infatti il Papa anche in questa risposta si concede di integrare molto spontaneamente il discorso preparato:

Sto guardando quel cartello: “smilitarizziamo mente e territori”… stiamo parlando di pace, ma voi sapete che le azioni che in alcuni Paesi rendono più reddito sono le fabbriche delle armi? È brutto questo, è brutto… e non possiamo smilitarizzare così perché è un negoziato molto grande… guardate voi l’elenco dei Paesi che fabbricano le armi e vedete un po’ che bel negoziato è quello… preparare per la morte, sai? Che cosa brutta […].

Dai conflitti si esce non con anestesia ma con realismo
È la volta di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che arriva da Francesco con Sergio Paronetto di Pax Christi. Egli dice grazie al Papa per il suo coraggio e mette a disposizione del Pontefice l’aiuto di tutti coloro che sono impegnati nel dialogo e nella fraternità. Abitati dal sogno della pace, sono consapevoli che la pace autentica nasce dall’ascolto di tutti con le differenze e le conflittualità che esprimono. Un punto, ammettono, su cui si fa molta fatica: “come essere in questo momento così complesso artigiani di pace, mediatori anche di fronte ai conflitti vicini e lontani?”.

La lezione che offre Francesco è di riconoscere nella vita quotidiana i conflitti come elementi fisiologici, se non oltrepassano una certa soglia. “Un conflitto è una sfida alla creatività”, afferma. “Da un conflitto mai si esce da soli, ci vuole una comunità”. È un labirinto, il conflitto, da cui non si può uscire da soli, ripete. “Da un conflitto si esce per essere migliori. Non se ne può uscire con una anestesia, ma con realismo”, dice ancora il Pontefice che precisa la necessità di “uscirne accompagnati, almeno con un filo”. Bisogna, mette in guardia il Papa, evitare di rimuoverli i conflitti mettendoli sotto il tappeto. Così come evitare di ridurre la pluralità di voci che sfociano in conflitto non va bene, dice il Papa. Non avere paura del conflitto, dunque, sia nella società che nella famiglia. “Una società senza conflitti è una società morta. Una società dove si prendono i conflitti per mano e si dialoga è una società di futuro”:

Spesso siamo tentati di pensare che la soluzione per uscire dai conflitti e dalle tensioni sia quella della loro rimozione: li ignoro, li nascondo, li marginalizzo. Così facendo amputo la realtà di un pezzo scomodo ma anche importante. Sappiamo che l’esito finale di questo modo di vivere i conflitti è quello di accrescere le ingiustizie e generare reazioni di malessere e frustrazione, che possono tradursi anche in gesti violenti. E questo lo vediamo anche nella politica. Quando nella politica si nascondono i conflitti, questi scoppiano dopo, scoppiano male, non c’è l’armonia.

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