Pizzaballa: “La pace in Terra Santa arriverà solo dal basso”

“Quando ci incontrammo a novembre per una lunga conversazione 30 giorni dopo l’inizio della guerra a Gaza non immaginavamo certo di ritrovarci ancora qui dopo 200 giorni, e senza che nel frattempo sia maturata una possibile soluzione al conflitto” esordisce il Patriarca di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, che incontriamo nel palazzo del Patriarcato a Gerusalemme a margine di un suo intervento per l’Earth Day.

In quella lunga intervista lei esprimeva molta tristezza per gli eventi che andavano occorrendo, e tanta delusione per i “ponti” che sembravano crollati definitivamente.

Non è purtroppo cambiato granché da allora: l’incertezza sugli esiti di questa crisi regna ancora sovrana. Quello che è cambiato, rispetto a quello che allora poteva sembrare un eccesso di pessimismo, è il nostro – quando dico nostro dico mio e della comunità che guido – ritrovare la bussola dell’orientamento e la voglia di non arrendersi, e di resistere alla tragedia che continua a consumarsi davanti ai nostri occhi, se non addirittura che tocca direttamente tante delle nostre persone. A quel tempo eravamo veramente scioccati. Vivo in questa terra da 34 anni, che è ormai la mia terra, e ne ho viste veramente tante tra guerre, intifade, scontri ecc., ma non ho dubbi: questa è la prova più difficile che ci è toccato affrontare. L’incertezza ora è su quanto durerà ancora questa guerra, e ancora più su cosa succederà dopo, perché vedete una cosa è certa: nulla sarà più come prima. E non mi riferisco solo alla politica; penso a ciascuno di noi. Questa guerra ci cambierà tutti. Per metabolizzarla ci vorranno tempi lunghi. Ma è anche vero che qui i tempi lunghi sono l’ordinario, la pazienza nel bene e nel male non manca mai. Altrimenti non si spiegherebbe una guerra che in varie forme comunque dura da 76 anni.

Anche lei si sente cambiato?

Sicuramente. Sento per esempio molto più che in passato la necessità dell’ascolto. Saper leggere i tempi alla luce del Vangelo è il compito prioritario di un pastore. E questo si può fare solo tramite un ascolto a 360 gradi. Anche perché sento che la mia gente, e non solo loro, esprime un grande bisogno di ascolto. Ognuno ha una sua narrazione, un suo dolore, una sua sofferenza, che lamenta non essere abbastanza ascoltata, compresa, confortata. Oggi più che mai la prima forma di carità qui è l’ascolto. Sono appena tornato dalla Galilea, da una visita pastorale a Jaffa di Nazareth, dove oltre alla mia gente ho voluto incontrare anche i capi locali delle altre religioni. Ascoltare le loro ragioni senza precomprensioni non significa condividerle. Ma è comunque molto importante perché se la gente vede che i capi tra di loro si parlano, è portata a fare lo stesso e a vincere le diffidenze. Ora è cominciata Pesach, e da poco è terminato Ramadan: le feste religiose sono un’occasione importante per riconoscersi e per dialogare. Non c’è bisogno di grandi discorsi, basta consumare un pasto, bere qualcosa insieme per abbattere i muri che ci separano. Una cena insieme può fare più di un convegno o di un documento sul dialogo interreligioso. Dobbiamo cercare di capire cosa abbiamo in comune, piuttosto che ciò che ci divide. Sicuramente abbiamo in comune il dolore. Ma non possiamo fermarci al dolore. Ciò che ora è veramente assillante per tutti è l’assenza di prospettive. Che non significa ipotizzare astrattamente scenari futuri, ma comprendere quali sono gli elementi costitutivi delle nostre identità. E capire come queste identità possano convivere, se non compenetrarsi. Questo vale per tutti, ma vale anche per noi cristiani. Anche noi dobbiamo ripensare come si abita questa terra da cristiani. Sicuramente da testimoni della storia e della geografia della Salvezza. Ma c’è anche qualcosa di più da comprendere, perché essere cristiani è innanzitutto uno stile di vita. Improntato al Vangelo.

Pensa che sia un impegno difficile?

Assolutamente. È un impegno difficile e soprattutto faticoso. È faticoso interrogarci e confrontarci su come ciascuno di noi abbia vissuto questo periodo. Perché il dolore tende spesso ad essere ‘egoistico’: è il mio dolore che tu non puoi capire, è il mio dolore che comunque è sempre superiore al tuo. La fatica allora consiste nel facilitare questo confronto inducendo ognuno a riconoscere il dolore dell’altro. Sia chiaro, non dico questo per ‘buonismo’ cristiano, ma semplicemente perché non vedo alternative. Si può uscire da questo dramma in un altro modo? Vedete in questa terra nel passato qualcuno più coraggioso ha tentato la strada politica della pace. Ma sono sempre stati tentativi che procedevano dall’alto verso, il basso: accordi, negoziati, compromessi. Sono tutti miseramente falliti. Pensate ad Oslo per esempio. E allora ora è il momento di invertire la direzione e avviare un percorso che vada invece dal basso verso l’alto. Ripeto: sarà faticoso ma non vedo altra strada.

Questa sua considerazione impatta anche sulla lettura che del conflitto si da anche in occidente?

Certamente. Perché fuori di questa terra si da prevalentemente una lettura tutta polarizzante del conflitto. E questo, oltre che dannoso, è estremamente sciocco, perché le ragioni del conflitto sono molto complesse, stratificate nel corso di decenni. Trattare il conflitto israelo-palestinese con lo spirito di un derby calcistico è sbagliato. Anche in Occidente c’è bisogno di parlarsi, confrontarsi, documentarsi. Oltre ovviamente a pregare insistentemente per la pace.

E la chiesa che lei guida?

Anche noi abbiamo un grande bisogno di parlarci. Ci sono state dopo il 7 ottobre, e ci sono ancora, sensibilità diverse. Anche radicalmente diverse. E non penso che ora sia il momento di portarle a sintesi. Ora è il momento di ascoltarle. E di parlarne anche all’interno delle diverse sensibilità e posizioni che sono emerse. Ognuno deve analizzare con sincerità e coraggio la consistenza delle proprie posizioni. E quali sono stati i processi mentali che le hanno indotte. Per fare questo ci vuole coraggio. Il coraggio di ammettere che anche noi siamo cambiati. E capire il come e il perché. È un processo che può avvenire -come ci insegna san Francesco- solo attraverso una decisa apertura della mente e del cuore. La mente da sola non basta. E il cuore da solo non basta. È solo in una sincera relazione con l’altro che possiamo definirci al meglio e in verità. È un processo ovviamente che mi riguarda anche personalmente. Nessuno può avere la presunzione di rimanere lo stesso. In questo senso credo che abbiamo bisogno anche di rivedere un po’ la narrativa cristiana che, come dicevo, può rinascere solo dalla coscienza di cos’è realmente costitutivo della nostra identità, partendo sempre dalla realtà, dall’esperienza concreta, dalla realtà della nostra fede. Che in quintessenza è la speranza che si fonda sull’esperienza della Resurrezione. Possiamo poi definire la costituzione della nostra identità anche guardando alla nostra ricca storia passata. Nel passato la nostra presenza si è realizzata nella costruzione di chiese, di scuole, di ospedali. Oggi non siamo più chiamati a costruire strutture, ma relazioni. Relazioni con gli ‘altri’ da noi, nella consapevolezza di essere i loro ‘altri’. Questo con riguardo alle altre religioni, ma anche in relazione alla ricca diversità della composizione della comunità cattolica di Terra Santa, tenendo presente il carattere arabo-cristiano come elemento insostituibile.

Malgrado la poca consistenza numerica le comunità cristiane hanno oggettivamente riconosciuta una presenza forte e protagonista. Ogni suo intervento pubblico è sempre disaminato, discusso, magari criticato, da una parte e dall’altra…

È vero. Io c’entro poco. Forse proprio il fatto di essere una piccola minoranza, che somma il 2 o 3 % della popolazione, e non è arruolabile de facto in nessuno schieramento, ci da questo peso specifico superiore. Molto dipende anche dal fatto che, per quanto piccoli, siamo però parte di un’istituzione mondiale che ha nell’universalità il suo principale carattere. Poi ancora conta il nostro schierarci sempre e comunque con chi soffre, che fa breccia tra tutti quelli – che sono la maggioranza – che indipendentemente dal credo religioso, si ispirano ai valori dell’umanesimo. E poi c’è Papa Francesco.

Gli interventi di Papa Francesco in questi sei mesi che apprezzamento hanno avuto qui in Terra Santa?

La parola di Papa Francesco in questa guerra ha avuto finora un grande peso. Anche quando è stata oggetto di critiche da entrambi gli schieramenti, anzi forse proprio quando è stata oggetto di critiche, ha manifestato la grande autorevolezza di cui gode. I suoi ripetuti moniti al rilascio degli ostaggi e per un immediato cessate il fuoco nella Striscia sono entrati di peso nella storia di questa guerra. Vorrei ricordare che oggi in tanti invocano un cessate il fuoco, ma a novembre lo reclamava soltanto la voce solitaria e coraggiosa di Papa Francesco. Questo vale anche per la nostra gente, e per i cristiani di Gaza. Il sollievo che gli hanno arrecato le telefonate pressoché quotidiane del Papa è stato enorme, ed ha significato molto anche per quelli che fuori di Gaza seguivano con ansia la loro sorte.

Com’è la situazione dei cristiani di Gaza per le notizie ora in suo possesso?

Ieri sono arrivati due container carichi di cibo e finalmente possono mangiare qualcosa di più sostanzioso. La situazione rimane difficile per l’equilibrio psicologico, che ovviamente vacilla dopo sei mesi di cattività nei locali della Chiesa. Tutti devono essere coinvolti in un qualche lavoro per il bene di tutta la comunità, e questo è importante perché così sono distolti dal pensiero fisso sul loro stato attuale, sui pericoli che corrono, e sul ricordo di quelli che non ce l’hanno fatta. Che non sono solo quelli morti ammazzati dalle bombe e dai fucili ma anche quelli che non sono sopravvissuti alla mancanza di medicinali e cure. Ora sono un po’ più di 500 ancora dentro alla chiesa. Alcuni, nei giorni passati, non ce l’hanno fatta più e, raggiunta Rafah, sono usciti dalla Striscia. Si sono dovuti indebitare parecchio per uscire. È commovente il coraggio e la dedizione, in modo particolare, delle tre suore di Madre Teresa che non hanno mai smesso di occuparsi dei bambini disabili. Spero che presto ci sia consentito di raggiungere questi nostri fratelli e sorelle e portargli di persona gli aiuti che necessitano.

Quali sono stati i suoi momenti più difficili in questi 200 giorni?

Sicuramente i primi. Eravamo scioccati, non riuscivo a mettere a fuoco quale dovesse essere il mio impegno prioritario, perché all’inizio non riuscivamo a capire neanche quale fosse la vera portata degli accadimenti, quale tragedia immane avessimo di fronte. E poi sicuramente i giorni del Natale. La privazione della gioia natalizia, della festa del Cristo che nasce per portare la pace, per i nostri cristiani è stata terribile. Specie per i piccoli. Le immagini della desolazione di Betlemme a Natale non si scorderanno facilmente negli anni a venire. Non rinnego nulla di quello che è stato fatto. Anche gli errori fanno parte della realtà. In una vicenda così complessa non puoi non fare errori. Ma penso di poter rivendicare che la nostra posizione sia sempre stata molto chiara, trasparente ed onesta.

Ha scontato momenti di solitudine nel corso di questi mesi?

La preghiera è un grande sollievo alla solitudine perché ti fa sentire la permanente presenza del Signore. Però sarei insincero se lo negassi. Certo, la solitudine è ineliminabile quando hai delle responsabilità, e quando queste sono così gravi da impattare anche sulla vita della gente che ti è attorno e a cui vuoi bene. Però la solitudine ha anche un vantaggio. Quello di preservarti una posizione di libertà. Godo del dono dell’amicizia di molti, ma un certo distacco mi consente di non lasciarmi influenzare anche emotivamente nelle mie decisioni. Anche in questo caso è uno stile che ho mutuato dagli insegnamenti di san Francesco.

Il rapporto costante in questi mesi con Papa Francesco è stato importante per alleviare questa solitudine della responsabilità?

Sicuramente. Non solo i cristiani di Gaza ma anche il Patriarca ha beneficiato della fattiva collaborazione del Papa. Io sono un bergamasco di poche parole, ma sento di doverlo ringraziare dal profondo del cuore per questo e per la fiducia che mi ha voluto esprimere. Non è solo una vicinanza di parole e di affetti quella che Papa Francesco ha voluto far giungere alle nostre comunità, ma anche di aiuti concreti che ci sono giunti direttamente e con le visite dei cardinali Krajewski, Filoni e nei giorni scorsi Dolan.

Prioritaria è ora certamente la fine della guerra. Ma dopo si aprirà una fase ancora più difficile, sia a Gaza ma anche in Palestina ed Israele.

Sì. Il dopo sarà durissimo. Intanto spero che chi è uscito da Gaza possa, e voglia ritornare. Ricostruire Gaza richiederà decenni. Non c’è più niente: case, strade, infrastrutture. Occorrerà uno sforzo enorme internazionale. Non è immaginabile che la gente dorma in una tenda per anni. Ma credo che, più in generale, tutto dovrà essere rifondato non solo lì, anche in Palestina e in Israele. Occorre veramente mettere un punto alla storia e ricominciare tutto daccapo e su basi nuove e diverse dal passato. Intanto penso che tutto quello che è successo in questi sei mesi abbia mostrato in modo evidente l’ineluttabilità della soluzione dei “due stati”. Non c’è alternativa ai due stati che il permanere della guerra. Ma i due stati debbono cambiarsi dal di dentro, debbono ripensarsi. Le due società, che pure negli ultimi anni sono cambiate radicalmente e rapidamente, devono avere il coraggio di ripensare la propria società. Non sarà facile perché entrambe le società si presentano con un alto grado di eterogeneità al loro interno, sono poliedriche. Occorre che entrambe le società si dotino di un nuovo orizzonte di valori, perché non può darsi che l’unico collante sociale sia per entrambe il difendersi dal nemico. Se non lo fanno comprometteranno seriamente il loro futuro. Certo in tutto il mondo non tira una buona aria, in molti paesi si vede una parcellizzazione degli interessi, una crescita dell’egoismo sociale, un delirio di potenza e sopraffazione che genera conflitti. Questo sicuramente non aiuta. Mi si accusi pure di partigianeria ma in senso opposto oggi sento solo la voce di Papa Francesco.

In questo senso il Patriarca svolge anche una funzione di relazione con le istituzioni delle due parti, un ruolo politico.

Dipende da quello che intendete per ruolo politico. La Chiesa non svolge un ruolo di mediazione, non è nelle sue funzioni e competenze. La Chiesa può svolgere piuttosto un ruolo di facilitazione. Facilitazione al dialogo e al riconoscimento reciproco. E questo noi lo svolgiamo innanzitutto nella società, e anche tra le istituzioni in quanto espressioni delle società.

Il rombo sinistro degli aerei militari israeliani che sorvolano Gerusalemme alla volta della ‘confrontation line’ a nord ha fatto da sottofondo a buona parte della conversazione. Il cardinale Pizzaballa, aggiusta lo zucchetto, e si alza. Una comunità di cristiani lo aspetta in Galilea.

di Roberto Cetera – Vatican News

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