Carcere, dalla CEI un nuovo Sussidio di preghiera. Baturi: Dio raggiunge ogni cella

Un’idea nata per mettere in rete le varie iniziative che stanno prendendo piede in carcere, tra esperienze di cammino sinodale, gesti di riconciliazione, letture della Bibbia e momenti di preghiera: così il segretario generale della Conferenza episcopale italiana (CEI), monsignor Giuseppe Baturi, presenta il nuovo Sussidio di preghiera per le carceri intitolato “Misericordia io voglio e non sacrifici”, curato dall’Ufficio liturgico nazionale e dall’ispettorato dei Cappellani delle Carceri.

Tra le parole dei Papi e le proposte di animazione liturgica
“La pastorale carceraria non è compito solo dei cappellani che operano degli istituti, ma di tutta la comunità ecclesiale”, spiega Baturi a Vatican News, “perciò abbiamo pensato a uno strumento che potesse aiutare a organizzare liberamente una giornata di preghiera per le carceri assieme alla comunità”. Il Sussidio, dunque, è rivolto a tutti coloro che lavorano in carcere esercitando opere di carità, di animazione, di catechesi o anche di semplice compagnia, ma non solo: “La prima sezione è dedicata ai documenti dei Papi, da Francesco indietro fino a Giovanni XXIII, per riscoprire con quanta tenerezza i Pontefici e la Chiesa si sono accostati a questi luoghi di sofferenza ma anche di libertà – illustra ancora il vescovo – nella seconda parte, invece, si trovano proposte di animazione liturgica, educazione eucaristica o semplice preghiera da attuare nelle carceri o in comunità”.

L’amore è sacrificio di sé in favore dell’altro
Nella presentazione al Sussidio, il segretario generale della CEI scrive che non c’è contrapposizione tra sacrificio e amore, perché il sacrificio è l’apertura ad accogliere l’amore e l’efficacia di questo processo si manifesta proprio in situazione marginali come il carcere: “Amore è dare spazio all’altro con il sacrificio del sé, dare spazio alla sua individualità con il desiderio di servirne il cammino – illustra – l’amore è sempre sacrificio, è vivere per un altro fratello, mette insieme libertà e sacrificio”. Non c’è luogo in cui questo amore non possa incarnarsi, perfino in carcere; lo ha detto Papa Francesco e monsignor Baturi lo ricorda nella sua presentazione: “Si concretizza, ad esempio, nell’amore vicendevole tra detenuti – ribadisce – a Messa celebriamo un Dio che si mette in cammino per incontrare l’uomo e lo raggiunge sulla Croce. Un Dio che non smette mai di camminare e per incontrare l’uomo attraversa i muri delle case, degli ospedali, delle carceri”. “Ero carcerato e mi avete visitato, dunque, perché se il nostro amore non diventa visita, non diventa incontro, è un amore ancora troppo astratto”, prosegue.

La Chiesa protagonista di giustizia riparativa
Oggi più che mai il carcere è afflitto da una piaga grandissima come quella dei suicidi, perciò si fa ancora più urgente il compito di mostrare ai detenuti il volto di Gesù che porta speranza di vita nuova e di riscatto del proprio futuro: “Non dobbiamo mai smettere di annunciare Cristo che ha sofferto, è morto, ma poi è risorto – conclude il presule – la Chiesa deve essere presente dentro le carceri per dare conforto e portare la Parola, ma anche fuori, fare rete con i familiari dei detenuti per creare occasioni di accoglienza, di lavoro, farsi protagonista del paradigma di giustizia riparativa che le è proprio: solo la Chiesa, infatti, da sempre, riesce a dialogare sia con le vittime che con i colpevoli”.

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