Don Roberto Malgesini, il prete del prossimo: tre anni fa il suo martirio

Don Roberto Malgesini

Con le mani levate in alto e un sorriso accennato, un insieme di timidezza e apertura agli altri. È l’immagine con la quale tanti, dopo la morte, hanno conosciuto don Roberto Malgesini, ucciso tre anni fa a Como davanti alla Chiesa di San Rocco mentre compiva il suo servizio, la sua missione di carità, offrire la colazione a chi vive in strada. L’uomo che gli ha tolto la vita, a soli 51 anni, aveva un viso conosciuto, ha ammesso la premeditazione e oggi sconta la sua pena definitiva ma l’ergastolo, inflitto in primo grado, è stato ridotto a 25 anni di carcere.

Il cuore aperto di don Roberto, il servire chi soffre, il carcere: sono tutti elementi che nella sua vita si sono intersecati generando bene nonostante la fine violenta subita. Papa Francesco ha fin da subito messo in luce il suo martirio, con i genitori Ida e Bruno, arrivati da Rogoledo, piccola frazione di Cosio Valtellino, aveva condiviso nell’ottobre 2020 il ricordo di quel figlio e il peso delle lacrime per una morte sentita ingiusta ma comprensibile solo alla luce dell’amore di Dio. Proprio mercoledì scorso, il papà di don Roberto si è spento a pochi giorni dal terzo anniversario della morte del sacerdote. È martire don Roberto come i tanti che la Commissione dei nuovi martiri, istituita dal Pontefice lo scorso 5 luglio in vista del Giubileo 2025, sta studiando; testimoni in questo secolo del Vangelo che hanno versato il loro sangue per Cristo.

È nel carcere di Como che Zef Karaci, ex detenuto di origini albanesi, ha incontrato il sacerdote. Nel suo libro “Don Roberto Malgesini. Non c’è inizio senza perdono”, edito da San Paolo, ricorda che don Roberto quando si fermava in cella con i detenuti chiedeva sempre e solo l’acqua, non voleva che per lui sottraessero il caffè alla loro dispensa. Per raccontare chi era questo sacerdote, Zef racconta un episodio. “Una volta eravamo nella sala dove si incontrano i detenuti con gli avvocati e i magistrati, sentiamo improvvisamente delle urla, ci accorgiamo che due ragazzi stavano litigando. Ad un certo punto si mette in mezzo don Roberto per dividerli ma prende un colpo allo stomaco, un colpo involontario. Interviene l’agente di turno e i due litiganti vengono messi in stanze separate, don Roberto era piegato dal dolore. L’agente si offre di portarlo in infermeria e di fare una denuncia”. È a quel punto che qualcosa cambia. “Ma se dovessi fare una denuncia io starei meglio? Non credo – dice don Roberto – aggiungerei solo altro dolore”. La decisione è presa ma il sacerdote chiede di vedere separatamente i due ragazzi, chi lo ha colpito è in lacrime, chiede scusa, don Roberto asciuga il suo viso e gli dice che quello che è accaduto è solo un sogno, un incubo per cui è necessario svegliarsi, “la vita è meravigliosa da svegli non da addormentati”.

“Un uomo – racconta Zef Karaci – che sapeva perdonare all’istante, don Roberto era pieno di Dio, di Spirito Santo. Non era il prete delle chiacchiere ma dei fatti, disposto a entrare nei tuoi problemi, nei tuoi dolori. Se eri per terra, caduto e veramente disperato ti dava la mano ma non ti trascinava, cioè non toccava la tua libertà, restava con te, pronto a rialzarti e a farlo insieme”. Molti hanno definito don Roberto “il prete degli ultimi” ma in realtà lui, secondo Zef, era “il prete del prossimo” perché abbracciava chi capitava nel suo cammino. “Ho perso un amico che, durante la pandemia, mi diceva che continuava a fare il suo servizio, ‘chi mi ammazza?’ aggiungeva. Quando ho saputo quello che era successo ho pensato che forse in cielo non c’era giustizia, che io avevo fatto del male ed ero lì a raccontarlo mentre lui aveva sempre fatto del bene ma non c’era più”. Un tarlo che tormenta Zef che poi pensa a Cristo che risorge, al titolo di un libro – “Siamo nati e non moriremo mai più” – dedicato a Chiara Corbella Petrillo, al peso del perdono e della misericordia nella vita di don Roberto. Da qui la scelta di raccontarlo in due libri. “Lui mi ha insegnato che nel mio cuore c’è un pezzettino di quello di Dio, che tu non sei il male che hai fatto, che sei amato e voluto da Gesù e che nella vita si può cambiare perché la vita è fatta per essere contenti e non per accontentarsi”. Nel ricordare don Roberto Malgesini il suo vescovo, oggi cardinale Oscar Cantoni, ne aveva sottolineato la “testimonianza silenziosa”, “la delicatezza” con la quale si prendeva cura di chi soffriva, ma soprattutto metteva in luce il dono che aveva, quello di “inondare di dolcezza e di tenerezza le singole persone”. Un’eredità che ancora oggi in molti raccolgono in suo nome.

di Benedetta Capelli – Vatican News

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