Un milione e mezzo di giovani al Parque Tejo. Silenzio e preghiera stringendosi al Papa

Un milione e mezzo di giovani a “Campo da Graça” del Parque Tejo di Lisbona per la veglia della Giornata mondiale della gioventù. Sono le autorità locali a confermare la cifra. E il silenzio è assoluto. Per tutta la giornata i ragazzi, zaino sulle spalle, si sono messi in cammino per raggiungere l’immensa aerea che dista una decina di chilometri dal centro. Hanno percorso la strada senza mai perdere il sorriso, nonostante le temperature elevatissime del pomeriggio.

“Alzati” in tutte le lingue. E i simboli giunti dal fiume. I ragazzi si sono sistemati per terra per seguire le coreografie che si sono alternate sul palco. Hanno disteso i teli. Sono accampati. C’è chi segue la veglia in piedi, chi seduto, chi in ginocchio o magari sdraiato. Tutti con lo sguardo fisso al palco dove all’inizio della veglia si sono levate in cielo delle luci azzurre che hanno disegnato il verbo “alzati”, “Rise-up”, in tutte lingue. Nel pomeriggio sono arrivati qui anche i due simboli della Giornata mondiale della gioventù: la croce pellegrina e l’icona della Madonna. Sono state trasportate su una barca lungo il fiume Tago e scaricate da giovani “avieiros” in costume.

Preghiera e festa. Francesco, un esempio. L’adorazione eucaristica ha alternato lunghi momenti di silenzio ad altri di musica e coreografie. Struggente il Fado, canto tipico del Portogallo, che si è levato sul Parque Tejo. Si fa fatica a parlare con i giovani. Stanno seguendo con grandissima attenzione il programma. “Papa Francesco – dice José, 17 anni di Lisbona – è un esempio per noi, rappresenta ciò in cui noi giovani crediamo. Ci fa sperimentare la presenza di Dio nella nostra vita. Abbiamo condiviso questi giorni con ragazzi di tutto il mondo e ci hanno fatto sperimentare che la Chiesa è viva ed è il nostro futuro”. Donatella, italiana 19 enne, giunta a Lisbona su insistenza di un’amica, ha gli occhi che brillano: “qui ho trovato energia, parole finalmente buone. Ho fatto il pieno di speranza. Tornerò a casa, all’università e al mio servizio di volontariato ambientale, con nuove motivazioni. Il Papa è fantastico. Dice cose semplici, che tutti possono capire. Ne abbiamo abbastanza di quelli che predicano sventura. Sono felice”.

Don Antonio: “prete per portare la gioia Cristo”. Tutta la veglia è stata all’insegna del silenzio, della condivisione, della testimonianza. “La persona di Gesù è stata sempre presente durante la mia vita, a partire dall’insegnamento e dalla testimonianza di fede che ho ricevuto da mia nonna. In realtà, però, spesso Cristo è stato appena un riferimento buono, ma non qualcuno con il quale confrontavo i miei percorsi e i miei sogni. Senza molta consapevolezza di ciò, avevo i miei piani… I miei, non con Lui neppure quelli di Lui. Arrivavo persino a pensare agli altri, a impegnarmi in progetti sociali e politici che cercavano il bene comune. Ma era tutto mio”. Così si è espresso don Antonio Ribeiro de Matos, 33 anni, portoghese, nella prima testimonianza portata alla veglia. Poi racconta la sua storia, tribolata. E conclude: “Dio è fedele e avvalendosi dei miei passi, più o meno giusti, ha fatto un cammino. Sono tornato in Seminario [dopo averlo lasciato per un periodo di crisi – ndr] nel 2019 e sono stato ordinato sacerdote nel 2021 per cercare di portare agli altri la gioia di trovare Cristo, di essere trovato da Lui. Una gioia che non è fugace, una gioia che mi viene offerta dal cielo”.

Cabo Delgado: la guerra, la fame… la fede. “Mi chiamo Marta, ho 18 anni. Vengo dal Mozambico, dalla provincia di Cabo Delgado, dove stiamo affrontando una guerra che dura da cinque anni”. Marta Luis, 18 anni, viene dal Mozambico: si presenta con queste parole ai ragazzi che stanno vivendo la veglia della Gmg di Lisbona. Racconta emozionata la sua storia davanti al Papa. “Appartengo al distretto di Muidumbe in una regione chiamata Planalto do Povo Maconde. Frequentavo la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, conosciuta anche come la Missione di Nangololo. Vengo da una famiglia semplice e povera. Ho perso mio padre presto, avevo solo sette anni. Dopo la morte di mio padre, mia madre con le quattro figlie ha continuato la nostra missione. Studiavo presso la scuola della comunità e partecipavo alla vita della parrocchia, dove facevo il chierichetto e inoltre ho partecipato agli incontri per la Cresima”. Aggiunge: “nella regione settentrionale dove abitavamo, avevamo sentito parlare degli attacchi terroristici avvenuti in altre località vicine al nostro distretto, ma mai immaginavo che potessimo essere attaccati anche noi”. Davanti ai giovani giunti a Lisbona dai cinque continenti racconta – con tanto di particolari – la vita in mezzo alla guerra, la fame, le paure, le violenze. Conclude così: “con grande difficoltà siamo riusciti a raggiungere la provincia di Nampula dove siamo stati accolti da alcuni familiari. Quando eravamo nella foresta, abbiamo pregato molto. In nessun momento abbiamo perso la nostra fede. Chiedevo a Dio di aiutarci e di togliere ogni malvagità dal mondo e che le persone che stavano provocando questa guerra cambiassero la loro vita. Le popolazioni dei nostri villaggi sono tutte disperse. Siamo stati accolti nelle parrocchie dove siamo andati a vivere, ma ci manca molto il nostro villaggio e le nostre usanze, canti e balli. Ma in mezzo a tanta sofferenza, mai abbiamo perso la fede e la speranza che un giorno ricostruiremo di nuovo la nostra vita”.

Chiara Biagioni e Gianni Borsa – Agensir

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