Tutta la Chiesa è in festa per i 10 anni di Pontificato di Papa Francesco

Papa Francesco dieci anni di Pontificato

Papa del Vangelo. Secondo il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, è questa la definizione più onnicomprensiva dei primi dieci anni di pontificato di Francesco. Il porporato presidente dei vescovi ne ha parlato in una lunga intervista su Avvenire firmata da Mimmo Muolo che è possibile leggere in versione integrale seguendo questo link.

«Papa del Vangelo – sottolinea Zuppi nell’intervista –. Della semplicità, della essenzialità, della radicalità del Vangelo. Di un Vangelo che parla al cuore degli uomini anche oggi e che ha ancora tanto da dire per consolare e per aprire al futuro di ogni persona. Mi ricorda la semplicità con cui Gesù parlava alle folle». «Ma intendiamoci – precisa il cardinale – Tutti i Papi sono Papi del Vangelo. Quando chiamiamo Giovanni XXIII il “Papa buono” non è che gli altri erano cattivi. Ma egli comunicava questo senso della bontà di cui tutti abbiamo bisogno. Allo stesso modo Francesco sa comunicare il senso di un Vangelo vicino».

Un Papa che, in questi 10 anni di pontificato, ha saputo portare innovazione senza alterare la tradizione: «La tradizione non è mai la conservazione – sostiene il cardinal Zuppi sulle pagine di Avvenire – La tradizione è comunicare quel tesoro, spendendolo. In realtà Francesco è il primo papa che fa suo il testo di un predecessore (la Lumen Fidei già in gran parte preparata da Benedetto XVI), aggiungendovi elementi suoi. Non dimentichiamo poi il costante richiamo al Concilio e a Paolo VI, che dà proprio il senso della tradizione e della continuità».

«Direi che è un pontificato molto fecondo – prosegue Zuppi nell’intervista per i 10 anni di pontificato di Papa Francesco – che unisce l’ortoprassi e l’ortodossia. Lo spirituale e il sociale. Aiutandoci a capire sia l’uno sia l’altro singolarmente, ma anche quanto siano strettamente uniti. Pensare di dividere i due aspetti, cioè pensare di interpretare Francesco come fosse solo un Papa sociale significa non accorgersi della potenza complessiva del suo messaggio. Uno dei documenti a mio parere più importanti del pontificato è la Gaudete et exsultate che presenta una santità possibile a tutti. Ed è ciò che unisce lo spirituale al sociale».

Secondo la lunga analisi del presidente della Conferenza episcopale, quello che rimarrà davvero del pontificato di Francesco è «la Chiesa vicina, la Chiesa madre, la Chiesa che parla e non ha timore di esporsi, la Chiesa che non ha paura di sporcarsi con il mondo. Che non vede il contagio fuori ma il contagio dentro, che non si difende ma incontra, che non sta al chiuso ma trova se stessa all’aperto, che non si mette al centro ma che proprio perché è in periferia trova il centro». C’è invece ancora da lavorare su «l’aspetto della sinodalità, sul quale ci stiamo interrogando. Una domanda non retorica, che aiuterà la Chiesa a completare il Concilio e a vivere con degli strumenti adeguati il suo essere comunità e la sua missione nel mondo».

La scomunica ai mafiosi e la condanna delle violenze sui bambini. Ecco i temi affrontati nel giugno 2014 da Papa Francesco nella sua visita pastorale in Calabria, quarto viaggio di Bergoglio in Italia dopo quelli a Lampedusa, Cagliari e Assisi. «La Chiesa deve dire di no alla ‘ndrangheta. I mafiosi sono scomunicati», ammonì duramente il Papa parlando a braccio durante l’omelia della Messa celebrata nella piana di Sibari. La prima tappa di Francesco in Calabria è stata nel carcere di Castrovillari. Qui ha incontrato i famigliari del piccolo Cocò Campolongo, il bimbo di 3 anni ucciso e bruciato, nel gennaio del 2014 insieme al nonno dalle cosche della ‘ndrangheta. «Mai più – disse loro Bergoglio – succeda che un bambino debba sopportare queste sofferenze».

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